
L’ incontro tra due coscienze, il teatro come arte povera, il confronto con le proprie paure e la necessità di distinguere il vero dal falso. Non è la prima volta che intervisto Roberto Zibetti, attore conosciuto sia a teatro che al cinema grazie a collaborazioni con i più grandi registi, da Abel Ferrara a Marco Tullio Giordana, passando per Bernardo Bertolucci. E questo lasso di tempo intercorso tra la prima intervista, avvenuta più di dieci anni fa e la presente, mi ha fornito nuove coordinate. Lo raggiungo telefonicamente per raccontare il suo debutto come protagonista al Teatro Trastevere di Roma venerdì 17 , sabato 18 e domenica 19 aprile nello spettacolo “ Il Manoscritto” di Baret Magarian. Oltre a Roberto Zibetti, che ne cura anche la regia, la colonna sonora è opera di Paolo Ballarini, le luci di Antoine De Giuli, le proiezioni di Robert Hulland, la musica elettronica di Marras/ Tortora, e l’assistente alla regia è Manuel Lucarno. Lo spettacolo è andato in scena anche a Parigi, interpretato ovviamente dall’attore in francese: tenutosi al Theatre du Temps, ha ottenuto un grande successo di pubblico. Al centro della vicenda,un uomo che viene incaricato di consegnare un importante pacco contenente il manoscritto di un eccentrico autore. Non deve però aprirlo. Tuttavia, strada facendo, decide di trascorrere la notte nel deserto e in quella fase il pacco prende vita.Il protagonista incontra la propria coscienza sotto forma di emozioni crude e la musica e le immagini trasportano lo spettatore in un mondo onirico ed inaspettato. Partiamo dal racconto dello spettacolo per approdare però altrove: Roberto Zibetti mi mette di fronte a riflessioni profonde ,di carattere non più soltanto personale, privato, artistico ma quasi universali. L’attore avrebbe potuto tranquillamente raccontare soltanto il proprio spettacolo, elencare compiutamente i progetti che lo aspettano e invece, in ogni punto di partenza da se stesso, c’è stato un attimo intenso di riflessione profonda per un messaggio che deve valicare il personaggio interpretato, l’attore o l’artista e diventare comune, acquisibile, palpabile a tutti. Perché tutti siamo fatti di coscienza, di paure, di dubbi e tutti possiamo far leva sul senso di responsabilità per poter deviare dal senso comune che spesso getta il destino in un unico gorgoglio negativo, in un “ orrido” profondo e cupo.
Roberto, raccontaci lo spettacolo: cosa ti emoziona di più e cosa ritieni assolutamente innovativo e dirompente per il pubblico? Ritengo emozionante la storia di un personaggio che incontra un altro: l’esito è unappuntamento tra due coscienze. E’ quello il momento in cui, a contatto con la coscienza, ci riveliamo totalmente nudi ed onesti, sinceri, privi di sovrastrutture o di maschere. Trovo molto interessante ed innovativo proprio questo aspetto, l’opera è un viaggio fisico ma anche psichico, un testa a testa con le proprie paure. E’ un incontro tra reale ed invisibile, e per renderlo in modo più compiuto posso dire che è una sorta di confronto tra immagine e suono: l’immagine è il concreto, il reale, il suono invece è l’illusorio, l’invisibile.
Hai portato lo spettacolo anche a Parigi: qual è stato il riscontro del pubblico francese e ci sono cambiamenti nella costruzione del personaggio in vista del debutto a Roma? Abbiamo avuto un ottimo riscontro a Parigi. Fatta eccezione ovviamente per la lingua, il personaggio è costruito allo stesso modo. Forse posso dire che a Roma sono stati necessari più mezzi anche se il teatro, come arte, è un’opera cucita a mano, una tela povera ma resistente. Ricordo sempre una frase emblematica di Ronconi “ farete un teatro francescano” perché il teatro è appunto questo, un’arte povera.
Nello spettacolo, il sogno sconfina quasi nell’allucinazione, la musica coinvolge e supporta una dimensione a tratti distopica: quanto oggi c’è bisogno di estraniarsi e sognare? Direi che oggi la realtà supera i sogni: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma anche il tema bellico, che sembra quasi avere risvolti ludici, ne sono una testimonianza. Ti dico che l’arte fa sognare in modo reale, il teatro aiuta la realtà, non la deforma, non è paradossale, caricaturale quasi come la dimensione virtuale. Per utilizzare un ossimoro posso dirti che l’arte, il teatro, il cinema, permettono di “ sognare concretamente” e di lavorare in modo artigianale ai propri sogni.
La tua carriera annovera collaborazioni con i più grandi registi. Oggi Roberto Zibetti ha ancora un sogno da realizzare o si considera arrivato? In verità mi sembra sempre di essere al primo giorno di scuola, di essere un principiante. Certo, ho maggiore consapevolezza e attenzione tecnica ma mi ripeto spesso la frase bellissima di una fotografa americana che recita “ Non ho ancora perso l’abitudine di pensare che tutto debba ancora avvenire” . Ecco, questo è un concetto che faccio mio .
Prossimi progetti? C’è uno spettacolo teatrale a cui tengo molto, Mediterraneo di Eugenio Montale, uno spettacolo quasi filosofico, spirituale, un’intensa riflessione sul Mare Nostrum che però non ha nulla di dogmatico. Poi per quanto riguarda invece il cinema, ho appena finito di girare il Grande Giaffa di Marco Santi, un’ opera prima, con Edoardo Pescee Carlotta Gamba tra gli altri. E’ una sorta di dark comedy, un dramma grottesco, poi è in uscita una serie dei Manetti Bros. ma non posso anticipare molto. E ovviamente tornerò a vestire i panni di Claudio Cecchetto in Nord Sud Ovest Est, la serie di successo dedicata agli 883. Una serie innovativa perchè riproduce i fasti della commedia italiana degli anni d’oro e restituisce la leggerezza e il senso vero di italianità
Roberto, domani è il giorno giusto per? Direi per iniziare l’allestimento dello spettacolo! Ovviamente scherzo, direi che domani è il giorno giusto per mettere un passo dopo l’altro e andare avanti. In questo viene fuori tutta la mia “ piemontesità”, faccio le cose in modo sistematico, artigianale. Credo che nel quadro generale del deteriorarsi delle relazioni a cui spesso oggi assistiamo, le uniche cose che possono salvarci siano il buon senso e la responsabilità morale. Anche se fuori il mondo non funziona, questo non giustifica il nostro essere approssimativi.
Come dicevo all’inizio, l’intervista a Roberto Zibetti non è mai stata, dalla prima all’ultima risposta, incentrata solo su sé stesso. C’è stato sempre qualcosa che ha valicato l’ovvia occasione del raccontarsi per diventare invece riflessione corale. Non so se sia effetto del teatro e di un’educazione improntata a fare della propria passione artistica una panacea ed uno scandaglio formidabili, ma so che le parole di Roberto Zibetti faranno bene a molti: il buon senso è un’ancora, la responsabilità morale ci distingue, aiuta e rende saldi. Che l’arte è,in questo, la migliore delle alleate.
Fonte : PositanoNews.it