Pasqua in Campania: Scaramanzia, Rito e Identità nella Liturgia del Cibo

30 Marzo 2026

Pasqua in Campania: Scaramanzia, Rito e Identità nella Liturgia del Cibo
Dal Giovedì Santo al Lunedì in Albis: un viaggio tra le pagine di Cavalcanti, i profumi dei “Sepolcri” e i sapori di una tradizione secolare che celebra la primavera.

La Pasqua in Campania non è solo una ricorrenza religiosa, ma una complessa stratificazione di abitudini consolidate nel tempo. Alcune affondano le radici nel 1500, celebrate nelle opere di Giulio Cesare Cortese, Giambattista Basile e Giambattista Del Tufo; altre sono contaminazioni più recenti che, pur non comparendo nei “sacri testi” della cucina napoletana, sono diventate pilastri del sentimento popolare.

Il segreto della tavola pasquale partenopea risiede in una regola non scritta: l’uso rigoroso delle materie prime che la stagione offre in abbondanza. Vediamo come si articola il menù canonizzato dagli ultimi cento anni di storia.

Il Giovedì Santo: tra “Struscio” e magro
Mentre nelle strade si visitano i Sepolcri, profumati di frumento germogliato e fresie, la tradizione odierna impone la zuppa di cozze. Tuttavia, la storia ci racconta altro. Un tempo si consumava la zuppa di maruzzielli (lumachine di mare) e telline.

Nelle case nobiliari, seguendo il ricettario del Duca di Buonvicino Don Ippolito Cavalcanti, il menù prevedeva:

Maccaroni incaciati con sugo di pesce.

Ombrina lessa e fritto di alici.

Pizza di pastafrolla con ricotta come dessert.

Il Venerdì e il Sabato di “Scammaro”
Il venerdì e il sabato sono i giorni del “magro”. Le tavole si colorano del verde degli ortaggi primaverili: zuppe di legumi, lenticchie, fagioli, fave e piselli freschi. È il trionfo dei vermicelli con burro e parmigiano o delle uova ‘mpriatorio (in Purgatorio), lasciate rapprendere in un sugo di pomodoro ristretto.

Proprio le uova sono le protagoniste assolute, declinate in infinite varianti: glassate col sugo di pesce, adagiate su cipollotti novelli o preparate “alla monachile”, una versione dolce sorprendente dove i tuorli vengono amalgamati con pan di Spagna, vino di Malaga, zucchero e cannella.

I protagonisti: Carciofi e Casatielli
Il carciofo domina la scena: indorato e fritto, cotto alla brace con aglio novello, oppure “all’olio” con crostini. Ma è nella panificazione che il rito si fa mistico.

Il Casatiello dolce (o Palomma): tipico del Casertano, richiede una lievitazione rituale che inizia il lunedì e termina il sabato, quando viene infornato con la sua “naspro” (glassa) e i diavolilli (confettini colorati).

Tortano e Pizza Chiena: scrigni che racchiudono il meglio della norcineria locale (salami, soppressate come la “Feleppa” o le “Palle di Nola”) e formaggi freschi.

La Domenica di Pasqua: la “Grande Tavolata”
La domenica segue un canovaccio scritto già a fine Ottocento: “Pasca vo’ a menestella mmaretata cu ‘a gallinella, l’ainiello a ‘o furno…”.

Contrariamente a quanto si pensi, la Minestra Maritata è una pietanza originariamente pasquale: l’uccisione del maiale a fine gennaio rendeva disponibili le carni migliori proprio per questo periodo. Il menù prosegue poi con:

Antipasto: Felluccia di ricotta e soppressata.

Primo: Sulle tavole popolari dominano le lavanelle con il ragù, mentre i Monzù preferivano i timpani o i timballi.

Secondo: ‘O ruoto di agnello (preferibilmente il laticauda), cotto al forno con patate, piselli, cipollotti e una generosa spolverata di pecorino.

Il gran finale e il Lunedì in Albis
Il banchetto si chiude con l’apoteosi della Pastiera di grano, accompagnata da taralli e palomme dolci. E il lunedì? La “Pasquetta” campana non ha bisogno di nuovi menù: è il giorno della celebrazione degli avanzi. Frittate di maccheroni e fette di casatiello diventano il pasto ideale per la tradizionale gita fuori porta, chiudendo un ciclo che fonde, in modo indissolubile, fede e gola.

Fonte : PositanoNews.it

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